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    Intervento dell’ on. CICCHITTO

     

    Cicchitto

     

    Intervento dell’ on. CICCHITTO in merito alla “Discussione sulle mozioni: iniziative in relazione alla crisi siriana”.

    ON. FABRIZIO CICCHITTO

    Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio,

    nell’esprimere una valutazione positiva non solo sulla mozione, ma specialmente sul suo intervento, anche se non va di moda, voglio esprimere una valutazione, una riflessione segnata da un certo relativismo storicista per rifiutare su questo terreno le scelte fatte sul terreno ideologico. Ciò nel senso che, fermo rimanendo che la pace in sé è un valore e la guerra in sé è un disvalore, noi non dobbiamo mai dimenticare, con l’esperienza storica che sta alle nostre spalle, che ci sono stati negli anni Trenta dieci anni di pace però segnati dal totalitarismo nazista e fascista e da quello comunista e che la guerra del 1940-1945 ci ha poi liberati, almeno, dal totalitarismo fascista e da quello nazista.
    Perché faccio questa premessa ? Proprio per parlare di Siria e di Libia e per riportare alla nostra memoria un momento cruciale e un’occasione per tanti aspetti persa che fu quella che, quando emerse una damnatio etica, sia nei confronti della Siria, sia nei confronti della Libia, poi abbiamo avuto una situazione nella quale, come dire, ci sono stati due pesi e due misure totalmente divergenti che oggi pesano in un modo drammatico sulla situazione. La Libia fu bombardata per circa nove mesi, con 10 mila missioni e non ci furono allora né digiuni né invocazioni pacifiste e oggi il risultato è davanti a tutti noi: fallito il grottesco tentativo francese di imprimere in quella vicenda un suo neoimperialismo, la Libia però è, oggi, in una situazione nella quale esiste solo una parvenza di Stato. Anche se il presidente Obama ci ha fatto la cortesia di riconoscere l’esistenza in quel Paese di una grande impresa che è italiana e di un sistema di servizi efficienti che sono italiani ci ha assegnato una sorta di missione che per molti aspetti è una missione impossibile, nel senso, cioè, che noi possiamo lavorare a fianco di uno Stato, ma se questo Stato non c’è, e non è stato in grado neanche di darci 300 addetti perché i nostri carabinieri li addestrassero perché la gente che è in Libia e che vuole, diciamo così, misurarsi con questa cosa, preferisce stare nelle bande armate -questo ci dà il senso di un fallimento che c’è stato in Libia.

    Tuttavia, in parallelo va analizzata la situazione siriana per quello che era e, vedete, colleghi, lo voglio dire anche agli amici di SEL che su questo hanno fatto delle riflessioni, in Siria, a differenza che in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, si è sviluppata una rivoluzione, non una rivolta. Questa rivoluzione è iniziata nel marzo del 2011 nella provincia di Dera’a ad opera della popolazione urbana povera e di migliaia di contadini costretti ad inurbarsi nella miseria dalla siccità.

    La ribellione si è infatti mano a mano estesa a tutte le zone periferiche del Paese, coinvolgendo tutti gli strati marginali e poveri della società siriana. Fatto unico in tutte le rivolte arabe, e tipico di una dinamica rivoluzionaria, sin dall’autunno del 2011, in Siria 60, 80 mila militari di Assad hanno disertato e circa 10, 15 mila di loro combattono ora nella Libera Armata Siriana.

    Ebbene, questa forza militare è però armata in modo del tutto insufficiente, anche e soprattutto per la sottovalutazione della crisi siriana sia da parte di Obama, sia da parte dell’Europa, sia anche da parte italiana. Questa debolezza militare degli insorti nazionalisti e laici ha aperto la strada al peggio, cioè all’ingresso di 4-5 mila miliziani jihadisti legati ad Al-Qaeda, per un verso; e dall’altra parte (non dobbiamo mai dimenticarcelo) al fatto che l’Iran ha messo in campo vicino ad Assad 7-8 mila guerriglieri di Hezbollah, cambiando in parte il corso dei rapporti di forza.

    Noi dobbiamo avere consapevolezza anche di un’altra questione, anche se questa può risultare più sgradevole: va fatta un’analisi su quel regime e su quel sistema, che non è solo una persona. È fondamentale tener conto del fatto che, a differenza di altri Paesi arabi, le classi dominanti siriane non si sono disgregate, ma hanno sostanzialmente tenuto saldo il loro appoggio pluridecennale al regime; quindi, ha retto l’alleanza tipica del regime siriano, che affianca agli alauiti (setta sciita che occupa tutte le posizioni di comando dello Stato e dell’amministrazione grazie al loro controllo del Partito Baath), i ricchi sunniti che da secoli controllano il latifondo, il commercio, il bazar e la poca industria e lo stentato capitale finanziario, e anche un nucleo di ricchi cristiani, da sempre cooptati nel Baath.

    Questa è la situazione con la quale bisogna fare i conti, che ha avuto questa accentuazione drammatica, con un fatto: oltre agli Hezbollah, in campo c’è stato un intervento delle armi chimiche, e quindi il massimo – diciamo così – di perversione. Ma tutto questo dipende dal fatto che l’Europa, gli Stati Uniti, il nostro stesso Paese non hanno appoggiato la rivoluzione siriana nel momento in cui essa andava appoggiata, cioè due o tre anni fa, e si è lasciata andare a se stessa questa situazione, in una realtà certamente che non può essere risolta così come aveva pensato Obama, cioè con un intervento militare.

    Però, aggiungo una riflessione per chi (vorrei rassicurare un esponente del Partito Democratico) non è su una posizione terzaforzista, tra gli americani e Putin: questo ha dato uno spazio a Putin in funzione della conservazione di quel sistema, ha dato uno spazio a Putin per una operazione abilissima dal punto di vista diplomatico, che però può darsi che sia in funzione di una conservazione intelligente del sistema. E aggiungo anche – dobbiamo dircelo –, che probabilmente la mossa fatta dalla Russia, che comunque è una mossa innovativa, non ci sarebbe stata se Obama non avesse dato un pugno sul tavolo e se a nostra volta noi non avessimo svolto un ruolo di mediazione.

    Dobbiamo quindi vedere le cose nella loro complessità e nella loro difficoltà, avendo anche un’altra consapevolezza: la consapevolezza che questa vicenda siriana si innesta su una crisi di tutto il Mediterraneo, sul fallimento delle cosiddette primavere arabe, che hanno avuto e che hanno una dinamica di diverso segno, ma che purtroppo non è nel segno della libertà e della democrazia.

    Ebbene, noi dobbiamo avere la consapevolezza e la coscienza che è assolutamente necessario che ci sia un apporto dell’Europa e un apporto degli Stati Uniti: noi non dobbiamo giocare in una chiave volta a fomentare gli elementi di debolezza degli Stati Uniti, perché, guardate, se tutta la crisi del Mediterraneo viene lasciata a se stessa dagli Stati Uniti o da errori che loro possono aver fatto, poi ci precipita tutto addosso nel momento nel quale in Europa vediamo che i giochi sono stati dei giochi non unitari, ma dei giochi di ben altro segno.

    Quindi, per concludere, io manifesto tutto il mio consenso con l’intervento che ha fatto qui tra di noi il Presidente del Consiglio, purchè noi abbiamo intera la consapevolezza e la coscienza che ci troviamo a fare i conti con una partita di estrema difficoltà nella quale noi dobbiamo lavorare per far sì che il nostro rapporto in Europa e il nostro rapporto positivo con gli Stati Uniti serva per fare i conti con una realtà che è attraversata da momenti assolutamente drammatici, i cui epicentri sono da una parte la Siria e dall’altra l’Egitto