Intervento dell’ on. POLVERINI in merito alla “Discussione delle mozioni nei confronti del Ministro Cancellieri”

Intervento dell’on. POLVERINI in relazione alla “Discussione della mozione Colletti ed altri n. 1-00230 presentata a norma dell’articolo 115, comma 3, del Regolamento, nei confronti del Ministro della giustizia, Annamaria Cancellieri”
ON. RENATA POLVERINI
Signora Presidente, signora Ministro e onorevoli colleghi,
trasmettendo gli atti a Roma, la procura di Torino, oltre alle dichiarazioni rese dal dottor Caselli, ha definitivamente chiarito che non esistono indagati in merito alle famose telefonate del Ministro Cancellieri sulla situazione carceraria di Giulia Ligresti.
Questa triste storia avrebbe dovuto spingerci ad una valutazione sulla situazione in cui versano le carceri italiane e a sollecitare una riflessione più approfondita e seria sulle parole rivolte – ricordo a quest’Aula – da Papa Giovanni Paolo II e, più recentemente, dallo stesso Capo dello Stato in merito alle inumane condizioni di detenzione di una parte non irrilevante degli oltre 60 mila detenuti e, di conseguenza, del personale addetto. Abbiamo, invece, purtroppo, assistito ad un raro esercizio di cinismo e di speculazione politica nella quale si sono esercitati consumati polemisti e si sono sovrapposti interessi di bottega che hanno attraversato, purtroppo, anche i partiti. Per giorni abbiamo assistito alla messa in moto di un tritacarne mediatico che ha investito il Ministro e ha messo in discussione uno dei pilastri della nostra cultura politica, il garantismo. Una campagna giornalistica, però, come abbiamo detto più volte in questi giorni e non solo, non può determinare la messa in discussione di un incarico. Arrivo a dire che neppure l’apertura di un’inchiesta giudiziaria deve diventare motivo per chiedere le dimissioni di una carica pubblica se crediamo nel principio di civiltà giuridica della presunzione di innocenza.
Rivendico alla mia parte politica di aver mantenuto un profilo garantista anche in questa circostanza convinti come siamo che pure questa vicenda vada ascritta a quel clima di giacobinismo strisciante che caratterizza una certa sinistra tranne quando ad essere coinvolti, non sfiorati, da vicende giudiziarie sono i suoi uomini o le sue donne. Gli esempi anche recenti sono tanti, ma non vale oggi la pena neppure farli. E voglio evitare anche parallelismi con altre telefonate che sono costate care a chi ha tentato di informarsi sulla sorte di un fermato o di un detenuto. Su questa vicenda, però, è necessario e doveroso denunciare, qui e oggi, l’atteggiamento del Partito Democratico. In un primo momento il Partito Democratico aveva confermato la fiducia al guardasigilli. Passate poche ore, però, ha avuto inizio una battaglia tutta interna alle correnti del partito giocata proprio sulla pelle di Annamaria Cancellieri. Abbiamo assistito allora alla schizofrenia dei democratici che prima hanno confermato la fiducia richiesta dal Premier Letta, poi, una volta emersi nuovi tabulati che non cambiano la sostanza del fatto, sono ritornati a chiedere un atto di responsabilità al Ministro in controtendenza con ciò che avevano sostenuto giusto qualche giorno prima, per poi ieri sera, come abbiamo appreso in diretta televisiva, cambiare di nuovo atteggiamento. È chiaro come sulla stabilità del Governo che dicono di voler difendere si stia giocando una partita che esula totalmente dai temi della giustizia, nonché dalle carceri italiane, signor Ministro, sui quali lei è impegnata.
Certo, siamo tutti pronti a batterci il petto quando accade qualcosa di irreparabile, quando la detenzione diventa talmente insopportabile da portare al suicidio, quando sull’Italia piovono condanne per la gestione del sistema carcerario. Ma se qualcuno prova a reagire per senso di umana compassione o di convinta consapevolezza del proprio ruolo di deputato, di Ministro o di Capo del Governo, ecco che scatta l’invettiva, il retropensiero, la condanna. Conosco un pò la Ministra Cancellieri; non tanto, ma abbastanza per capire che alla base del Pag. 48suo intervento – e di tutti quelli che, è provato, ha fatto nella sua qualità di Ministro per accertare la condizione di altri detenuti – c’è la profonda umanità che la caratterizza e che ce l’ha fatta apprezzare anche quando è stata titolare del Viminale. In un’altra situazione l’intervento del Ministro della giustizia sarebbe considerato più che legittimo. Ma forse, più che in un’altra situazione, dovrei dire, e mi dispiace, in un altro Stato, in uno Stato in cui il responsabile del Dicastero della giustizia non sia considerato il «terminale», ma il «controllore» di quanto accade in ambito giudiziario e carcerario a garanzia di tutti i cittadini, non solo di quelli togati.
Cari colleghi, non penso che il centro della questione sulla quale oggi siamo chiamati a discutere e votare sia quello di contare le telefonate del Ministro e di inchiodarla alla responsabilità di non averle forse ricordate tutte. Siamo tutti registrati, osservati, in qualche modo «ascoltati» – e non solo dai nostri connazionali, pare – e questo non può essere un’insignificante dettaglio, buono per giustificare l’ennesimo editoriale di chi ha bisogno di dimostrare che c’è sempre qualcuno che trama per impedire il trionfo della giustizia. Ma la giustizia, quella con la «G» maiuscola, in Italia non trionferà mai se continuerà ad essere amministrata in maniera irresponsabile, nel senso tecnico del termine, non morale o politico, perché non risponde – e quindi non è responsabile – degli errori, pur numerosi e gravi, che commette.
In un bel libro, forse tra i meno conosciuti, dell’autrice delle «Memorie di Adriano», «Il colpo di grazia», si dice: «Ho sempre scoperto qualche bassezza in coloro che credono così facilmente all’indegnità degli altri». Mi sembra che questa frase si adatti pienamente alla situazione che stiamo affrontando. Noi – lo voglio dire con forza – crediamo nella buona fede del Ministro. Di più: crediamo che il suo ruolo le imponesse ciò che lei ha fatto e che speriamo – lo dico ancora, signor Ministro – continui a fare, restando salda alla guida del Ministero di via Arenula.
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