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    Intervento dell’on. CARFAGNA in merito alle “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri sulla situazione politica generale”

     

    Carfagna

    Intervento dell’on. MARA CARFAGNA in merito alla Discussione sulle ‘Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri sulla situazione politica generale’

    MARIA ROSARIA CARFAGNA.

    Signor Presidente, colleghi, ministri, signor Presidente del Consiglio,

    le dico molto onestamente che, sette mesi fa, quando votammo la fiducia al suo Governo, non avrei mai immaginato di dover fare un discorso come quello che sto per pronunciare adesso. Non l’avrei mai immaginato perché allora era forte la convinzione che il suo Esecutivo, grazie ad una straordinaria maggioranza su cui potere contare, frutto di una comune volontà di dovere fronteggiare le emergenze del Paese e grazie anche ad una condivisione di obiettivi strategici, sarebbe stato in grado di restituire speranza e fiducia al Paese e, soprattutto, di creare quelle condizioni necessarie per far uscire l’Italia da una recessione che ha affamato famiglie, cittadini e imprese come mai era successo negli ultimi anni.
    Ebbene, Presidente, con grande amarezza oggi sono qui a dirle – e mi costa molto, perché sono stata tra quelli che, con sincera convinzione, hanno sostenuto la necessità che il suo Governo nascesse e proseguisse con determinazione e serenità la sua azione – che lei ha fallito. E badi bene, non si tratta del mio personale e modesto parere, ma del parere dei tanti cittadini, che, probabilmente, meno stupidi di quanto voi stessi immaginiate, ogni giorno ci chiedono a chi giova mantenere in vita un Governo che non risolve i loro problemi, che non affronta le emergenze del Paese, che non riforma le istituzioni, che non modernizza il Paese, insomma, un Governo che non governa. A chi giova ? Cui prodest ? È la domanda che ormai viene formulata non soltanto dagli appassionati di dietrologia o di complotti, ma anche da tutti quelli – e sono tanti, Presidente – che non capiscono perché continuare a sostenere un Governo che ha fallito gli obiettivi per i quali era nato e che non ha più la maggioranza politica e numerica grazie alla quale è nato.
    Lei anche oggi ha voluto utilizzare un artificio retorico e ha distinto tra maggioranza politica e maggioranza numerica.

    Ebbene, queste raffinatezze da piccolo chimico della politica, Presidente, le lasciamo a lei e, soprattutto, le lasciamo a chi, in maniera anche un po’ patetica, è costretto a giustificare la sua permanenza al Governo a scapito di chi questo Governo ha contribuito a farlo nascere.
    E, allora, se gli strumenti più efficaci per misurare le ambizioni di un Governo sono i provvedimenti che emana, non si può non riconoscere che quelli da voi prodotti sono stati in larghissima parte timidi, minimalisti, privi di spinta propulsiva in termini di sviluppo e di crescita, insomma, l’esatto contrario di ciò che questo Parlamento aveva chiesto a questo Esecutivo accordandogli la fiducia: interventi coraggiosi e straordinari, a fronte di una situazione emergenziale straordinaria.
    Da un Esecutivo nato forte ci si aspettavano misure altrettanto forti, incisive, decisive. Invece, ci troviamo di fronte ad una sequenza infinita di decisioni rinviate e posticipate. Un Governo del «vorrei ma non posso, perché non sono in grado di fare» o, meglio, «perché ho paura di fare altrimenti perdo la poltrona».
    Purtroppo, è questa la storia del Governo Letta. È questo l’amaro caso del fu Esecutivo delle larghe intese. È questo il copione che hanno recitato tutti gli attori della commedia che ormai da sette mesi va in scena a Palazzo Chigi, e non soltanto a Palazzo Chigi.

    Eppure, ciò per cui ci siamo battuti, Presidente, era altro. Le premesse erano altre, le legittime aspettative erano diverse, perché questo Esecutivo è nato soprattutto grazie alla nostra volontà, grazie alla volontà del centrodestra e del presidente Berlusconi, affinché imprimesse veramente una scelta coraggiosa e ambiziosa al nostro Paese. Le larghe intese per noi significavano grandi aspettative e provvedimenti strutturali e coraggiosi.
    Il discorso che lei ha pronunciato il giorno della sua prima fiducia in quest’Aula – lo ricordo bene – era la quintessenza del riformismo: parole sagge, lungimiranti e condivisibili. Abbiamo creduto a quelle parole, abbiamo voluto sostenerle, ma ci avete illuso e con noi avete illuso gli italiani.
    La pacificazione nazionale è fallita, le grandi riforme istituzionali sono impantanate nelle sabbie mobili di un indecisionismo che riguarda soprattutto il Governo. La ripresa economica non si aggancia, Presidente, non perché, come lei ha voluto dire oggi nel suo discorso, vi è stata una costante minaccia di instabilità, ma perché la politica economica di questo Governo, la politica del «tassa e spendi», è sbagliata, non è la medicina giusta per curare i mali dell’Italia.
    Il discorso che lei ha fatto oggi, invece, conferma che questo non è più il nostro Governo. Non è il Governo delle grandi ambizioni, non è il Governo delle forti speranze, non è il Governo delle larghe intese. È diventato il Governo delle poco nobili pretese: la conservazione del potere dei pochi a danno dei molti. Lo abbiamo capito noi, lo hanno capito gli italiani e, al di là dei convenevoli di turno, lo ha capito anche Matteo Renzi, a cui diciamo che, se è veramente in sintonia con il Paese, se il suo desiderio di cambiamento è reale, se le sue intenzioni non sono soltanto quelle di asfaltare il Paese, ma anche di costruire, faccia l’unica cosa che serve per uscire da questo tunnel: riforma della legge elettorale e voto. Noi siamo pronti e abbiamo le idee chiare perché, Presidente, peggio di nuove elezioni c’è solo un Governo inutile, un Governo che – per utilizzare le parole che lei ingenerosamente ha riferito al ventennio appena trascorso – è un Governo delle occasioni sprecate.

    Questo è il motivo per cui non vogliamo votare la fiducia e non voteremo la fiducia al suo Governo. E mi perdoni, Presidente: ha ragione quando dice che oggi si traccerà una linea di demarcazione netta, ma non tra chi ama l’Europa e tra chi è populista, demagogo e vuole isolare l’Italia. Lei non ha il diritto di dare patenti di europeismo o di populismo ! Caro Presidente del Consiglio, oggi la linea di demarcazione netta sarà tracciata tra chi vuole governare a tutti i costi, come voi, e tra chi, come noi, invece, non vuole partecipare ai vostri giochetti di palazzo o forse farei meglio a dire, Presidente, ai vostri giochetti di palazzi.
    Caro Presidente – e concludo –, noi crediamo nell’Europa, noi crediamo nel mantenimento dell’euro, noi crediamo nel rafforzamento della costruzione europea. Ma ci perdoni tanto, Presidente: noi continuiamo a credere nell’Italia, ad amare l’Italia e vogliamo e intendiamo rispondere soltanto all’Italia e agli italiani