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    Intervento dell’on. ROMANO in merito alle “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri sulla situazione politica generale”

     

    ROMANO

    Intervento dell’on. FRANCESCO SAVERIO ROMANO in merito alla “Discussione sulle Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri sulla situazione politica generale”

     

    FRANCESCO SAVERIO ROMANO.

     

    Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi,

    io sono dispiaciuto, le mie parole sono avvolte in un velo di tristezza. Quando si battezza un fallimento non sì può essere contenti, soprattutto, se fallisce un’esperienza politica alla quale avevamo fortemente creduto, se fallisce un’esperienza carica di aspettative e di buoni propositi, se fallisce un Governo verso il quale siamo stati critici, ma leali, se fallisce una compagine di Governo che annovera alcuni Ministri meritevoli della nostra stima oltre che della nostra amicizia. Ma, caro Presidente del Consiglio, mi rivolgo a lei. Prima ancora di entrare nel merito delle questioni da lei poste con la richiesta di fiducia, devo osservare l’innovazione della prassi costituzionale della quale ella si è reso protagonista, con la complicità del Capo dello Stato. Non era mai avvenuto, nella storia della Repubblica, che un Governo ormai privo della maggioranza che lo ha originato non ne traesse le dovute conclusioni, rassegnando le dimissioni. C’è voluto il nostro richiamo per ottenere almeno l’odierno passaggio parlamentare.

    In un primo tempo, questo stesso passaggio è stato da lei negato con frettolosa superficialità, generando il sospetto che il 2 ottobre scorso era stato preparato un percorso che avrebbe cambiato, già allora, la natura politica di questo Governo, che oggi nasce sul sacrificio personale e politico di chi l’ha più voluto – Silvio Berlusconi – e che si alimenta della sua stessa sostanza elettorale, assorbendola a beneficio di una maggioranza che da essere di larghe intese, si trasforma pretestuosamente in Governo di stabilità, nascondendo, invece, il primo sinistra-centro di coalizione dell’era neopresidenzialista inaugurata da Giorgio Napolitano.

    Tutto ciò non fa bene alle nostre istituzioni e non fa bene al loro corretto funzionamento, non solo perché inaugura un principio secondo il quale il rinvio alle Camere di un Governo, prerogativa del Capo dello Stato, può essere sostituito da una mera richiesta di fiducia da parte del Governo stesso senza che si sia ritualmente dimesso, ma soprattutto perché viene consentita l’elaborazione di una nuova maggioranza parlamentare che nell’attuale conformazione non si è mai sottoposta al giudizio degli elettori. Anzi, viola il vincolo che sta alla base di quella relazione tra rappresentante e rappresentato su cui si fonda un regime pienamente democratico.
    Il nostro giudizio su questo Governo, quindi, non può che partire da questa prima considerazione, che segnala la profonda distanza che si è venuta a creare tra questo Esecutivo e l’espressione della volontà popolare. Del resto, le premesse su cui si fondava la necessitata condizione di dare vita a un Governo di larghe intese oggi risultano ampiamente disattese. Mi riferisco, intanto, alla necessità di apportare provvedimenti economici forti e coraggiosi nel segno della crescita e dello sviluppo. In seconda analisi alla imprescindibilità di politiche di riforma da condividere nella logica che è propria di un’intesa tra forze politiche avversarie, e infine ad uno spirito di collaborazione autentico, ad un clima di legittimazione reciproca e di dialogo, in una prospettiva di pacificazione nazionale che è precondizione per una sinergia quando i componenti della maggioranza sono per lunghi anni stati così distanti e spesso contrapposti.
    Ebbene, ad oggi nessuna di queste condizioni è stata rispettata e oggi l’Italia si ritrova in una situazione economica e sociale che è ben peggiore di quella esistente già un anno fa. In questi mesi è venuto a mancare quello spirito di collaborazione che è il collante indispensabile per realizzare quell’ampio e impegnativo programma che ella, signor Presidente, è venuto a rappresentare il 29 aprile dell’anno in corso.

    In questi giorni il suo Vicepresidente, onorevole Alfano, ha più volte rilanciato, immagino rivolto al nuovo segretario del PD, per attrarne benevolenza, un patto per il 2014. Ma noi ci chiediamo: non bastava già il disatteso patto del 2013 ? Non è bastata una legge di stabilità «tassa e spendi» ? Non è bastato assistere ai dati degli indicatori economici, come sempre più negativi: disoccupazione, fallimenti di aziende, bassissimo livello dei consumi, indebitamento, difficoltà di accesso al credito, enti locali stremati, e anche gli indicatori che attengono alla sicurezza sociale, alla fiducia nella politica, alla sua capacità di indicare la rotta giusta per ritrovare speranza e motivazione ? Non bastano zero riforme e impantanamento di quella elettorale, con grande imbarazzo per l’ennesimo intervento del giudice delle leggi su una questione squisitamente politica ?
    Anziché cercare nuovi improbabili patti sarebbe stato più corretto mantenere i vecchi, e sarebbe stato più corretto, tra questi vecchi, rispettare il più inconfessabile, a dire di molti, cioè quello del rispetto del principio sacrosanto della irretroattività della legge «Severino», che segna uno sbrego nella nostra democrazia e nelle procedure di legittimazione del corpo parlamentare.

    Ma già, poco conta se, su chi ti ha portato in Parlamento prima e al Governo poi, si apre una caccia all’uomo, una gara a chi lo elimina per primo dalla scena politica; conta di più far finta di governare un Paese allo stremo, raccontando un paradiso che non c’è e non potrà esserci con un Governo che ha ristretto, oltre che la sua maggioranza, i suoi orizzonti.
    Concludo. Serve, invece, una nuova legge elettorale, in grado di assicurare rappresentanza e governabilità, che preservi la democrazia dell’alternanza e che restituisca la sovranità al popolo facendolo votare al più presto, per restituire agli italiani quella fiducia che oggi, Presidente Letta, Forza Italia toglie a ragione a lei e al suo Governo.

    Un vecchio adagio recita: fidati delle persone finché ti danno motivo per non farlo più e non voltarti mai indietro. Noi di motivi ne abbiamo più di uno e vogliamo guardare avanti.