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    BRUNETTA: “Non c’è libertà senza sicurezza e il web è il rifugio dei violenti”

     

    renaB

     

     

    Editoriale pubblicato su “Il Giornale” – 20 Maggio 2013

     

    L’Italia è in crisi non solo perché va male la nostra economia, ma anche perché non sta funzionando più la nostra società civile. La rabbia e l’aggressività contro chi manifesta il suo pensiero, politico e non, che giunge a spingere singoli o gruppi a rincorrere personalità note per strada, in trattoria, al supermercato, alle cerimonie private, non si spiega con la difficoltà a far quadrare i conti di famiglia.

    Tutto questo ha un’origine più profonda, spesso sottovalutata, che sta diventando costume sociale. E ha l’avallo, la spinta, quasi sempre l’indifferenza dei mass media e di quelle parti politiche che ne vogliono cavalcare gli slogan.

    Le regole hanno forza se sono sostenute da un cambiamento culturale. Ma a loro volta le regole, se espressione di una maggioranza politica cosciente e capace di rendere ragione dei propri atti, influenzano il costume. Sarà bene, dunque, provare a fermare la deriva dell’imbarbarimento sociale, senza limitarsi alle prediche. E magari a pensare a nuove regole e a rispettare quelle antiche.

    È necessaria una premessa. Non sono un giurista. Non ho ragioni accademiche per impancarmi a esegeta della Costituzione o delle leggi sulla sicurezza: sono solo un economista. E sono soprattutto un cittadino impegnato in politica sin dalla prima giovinezza, che non ha mai cessato di amare la libertà e di detestare la violenza che la impedisce.

    Vorrei, allora, porre qui la grande questione della libertà di manifestazione del pensiero, e del pensiero politico: quali regole non scritte suppone; come esse trovino riscontro nella Costituzione; la necessità di leggi chiare e distinte sul tema.

    Vorrei farlo con pacatezza, al di fuori degli spunti di polemica immediata, perché qui non si tratta di vincere dialetticamente, ma di affermare un principio condiviso, senza il quale non esiste la democrazia. Chiedo preventivamente a questo mio scritto critiche persino feroci. Purché la questione non sia seppellita, esaurita folkloristicamente in reciproche invettive.

    È inevitabile situarsi nel contesto per evitare astrazioni. Il fenomeno scatenante, semplificando un po’,  è la seconda Repubblica, con la discesa in capo di Silvio Berlusconi e la conseguente nascita della categoria politica dell’antiberlusconismo come collante della sinistra. Il parossismo del fenomeno è esploso ora, dopo 19 anni, con il formarsi della grande coalizione tra Berlusconi e Partito Democratico, da cui è nato l’esecutivo di Enrico Letta. Era dal 1947 che non succedeva che centrodestra e sinistra governassero insieme. È così che queste ultime settimane hanno visto l’intrecciarsi di due spartiti diversi, con risultati stridenti.

    Il primo è lo spartito che comunica la nascita di un esecutivo di pacificazione nazionale, attento alle emergenze economiche e sociali, fondato su una cultura di coalizione che non annulla le diverse identità, ma fa trovare loro una rima, nell’interesse comune dei cittadini italiani. Un bello spartito, positivo. Non significa affatto annullare le asprezze, ma trovare un ancoraggio nella melodia di fondo.

    C’è un secondo spartito, che è quello che suona la musica chiassosa dello scontro senza tregua, e che a tutti i costi cerca di impedire qualsiasi dialogo positivo tra le forze politiche. Finché esso si esprime verbalmente è cosa certo legittima. Ma subito fuori dal “palazzo”, le parole d’ordine tipo “arrendetevi siete circondati”, “siete morti che camminano”,  “rottura democratica” sono tracimate in atti barbari.

    Ricordo alcuni fatti, solo alcuni, che dimostrano il recente imbarbarimento del nostro sistema di convivenza civile. Ma la questione è generale e viene da lontano, si tratta di un clima carico di elettricità negativa. Che spesso nasce da un nuovo attore: la rete, un’entità anonima e impunita, non regolamentata, spesso fomentatrice, che nella realtà si trasforma in manifestazioni violente, più o meno sanguinose. Occorre che il legislatore si concentri al più presto per “rafforzare” la normativa vigente in materia, aggiornarla e applicarla anche alla rete, da cui, abbiamo visto, spesso tutto parte.

    Come qualche esagitato, che con il tam tam e il passaparola online raduna altri esagitati, quasi sempre repressi, a protestare in occasione di manifestazioni pubbliche, o di apparizioni pubbliche di personaggi noti. L’abitudine non è nuova, ma negli ultimi mesi questo genere di raduni di protesta sono diventati sempre più frequenti. E pericolosi. Un modo per individui spesso alienati di giustificare la propria esistenza. Perché se si compie un gesto eclatante nei confronti della cosiddetta “casta”, la rete te ne dà merito, e da illustre sconosciuto diventi un mito. Più facile di così? Che importa, poi, se si vanno a toccare, e infrangere, le sensibilità delle persone, le regole della democrazia? Se alla rete piace, o se la rete lo chiede, tutto è concesso.

    È capitato così fuori da Montecitorio, in occasione e subito dopo l’elezione del Capo dello Stato, quando le manifestazioni di dissenso sono esondate ben oltre le urla. E poi: il 21 aprile l’onorevole Dario Franceschini è stato raggiunto in un ristorante da un manipolo di scalmanati che lo hanno insultato per non aver aderito all’invito di Beppe Grillo per il voto a Stefano Rodotà. Il 22 aprile è toccato all’onorevole Stefano Fassina, anch’egli colpevole di non aver votato il candidato del Movimento 5 Stelle alla presidenza della Repubblica: in piazza del Parlamento è stato aggredito e strappato – recito dalla didascalia su YouTube – “alla folla inferocita da una ventina di agenti di polizia e portato in una camionetta dei carabinieri”. Il 10 maggio, l’onorevole Renata Polverini, durante una cena elettorale per le amministrative del Comune di Roma, è stata assalita da un gruppo di persone, entrate nel ristorante con uno striscione insultante. L’11 maggio la manifestazione elettorale indetta dal Popolo della Libertà a Brescia per appoggiare il candidato sindaco Adriano Paroli è stata l’occasione per ripetute aggressioni fisiche e verbali. Tra disturbo sporadico e volontà di innescare violenza, prevaleva la seconda. E, infine, venerdì scorso l’onorevole Mara Carfagna è stata insultata in un supermercato del centro di Roma, mentre faceva la spesa come un normale, libero cittadino.

    Non può essere una banda di teppisti a rappresentare il giudizio di Dio sulle espressioni di pensiero! Tutto può e deve essere oggetto di manifestazione di una opinione, senza che questa sia sindacata, né tantomeno trasformata in pretesto per la limitazione della libertà. A tal proposito, non si capisce perché la giustizia debba essere un terreno tabù, su cui possono camminare solo laudatores con delicati mocassini per non sciupare il luogo sacro.

    Lo sa anche un bambino che si ha diritto di esprimere pubblicamente le proprie idee. E che nessuno deve impedire questo esercizio di libertà, salvo sanzione. Oggi però il codice si ferma alle manifestazioni elettorali.  Al contrario, il principio deve valere anche al di fuori dell’immediatezza di queste ultime. È un diritto doppio: a quello di chi vuole esprimersi fa da contrappunto quello di chi desidera ascoltare, così da conoscere per deliberare.

    La Costituzione italiana è chiarissima. L’art. 17 sancisce:  “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi”.  Perché “senz’armi”? Perché la democrazia, lo Stato di diritto, suppone la rinuncia dell’uso della forza per consegnarla allo Stato, che in cambio deve garantire la sicurezza. Una sicurezza che garantisca la totale libertà della comunicazione politica senza che fischi e disturbatori ne trasformino l’essenza.

    La libertà senza sicurezza è una libertà solo formale, è la libertà degli agnelli con i lupi che circolano nei pressi, se non ci sono strumenti di difesa e di repressione.

    Questo vale anche per la “rete”. La virtualità del web diventa alibi per esercitare una violenza verbale per cui si pretende impunità. L’ingiuria e la minaccia non sono però meno reali, e lo sa bene chiunque sia stato bersaglio di un’orda anonima.

    Ma questa violenza non si esaurisce nell’impalpabile mondo dei social network. La rete, infatti, è diventata la palestra dove ci si impratichisce nella barbarie, che poi si riversa, come per i vasi comunicanti, nella realtà reale. Le famose convocazioni della rete, impostate su parole d’ordine negatrici della libertà di manifestazione politica di soggetti avversari, sono l’anello di congiunzione tra il virtuale e le aggressioni fisiche. Per questo le iniziative di legge volte a trasformare la rete in un territorio della Repubblica soggetto alla Costituzione e alle norme che ne derivano, non sono, affatto, liberticide, ma al contrario generatrici di libertà, impedendo agguati nella giungla 2.0.

    L’articolo 17 della nostra carta fondamentale, di cui abbiamo detto, si lega all’articolo 49, che assegna ai partiti un compito decisivo in relazione alla vita politica democratica. Il nesso poi tra libertà e sicurezza sarebbe così ovvio da non aver bisogno di essere argomentato ulteriormente. Li tiene insieme, peraltro, l’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo:  “Ogni individuo ha diritto alla vita, alle libertà ed alla sicurezza della propria persona”.

    Al contrario, l’uso del fango e del contro-fango prende il posto della politica. Prima da parte della sinistra contro il “nemico” Berlusconi; oggi, in una sorta di nemesi, da parte di Beppe Grillo contro il PdL e il PD meno L, trattati alla pari. E spopolano trasmissioni televisive violente, di sputtanamento e di demonizzazione, che nulla hanno a che fare con l’informazione, anche d’inchiesta. Spopola la violenza di tante campagne di stampa finalizzate alla damnatio personae, per fini di parte.

    Se non si interviene subito, con giudizi netti e chiari riferimenti alla Costituzioni e alle leggi, il virus delle contestazioni sistematiche sarà legittimato e diventerà endemico, così da indurre a rinunciare a incontri pubblici di chi è sgradito a qualcuno. Capitò così a Giampaolo Pansa durante la presentazione di un suo libro, nell’ottobre del 2006, a Reggio Emilia e altrove, quando fu assaltato da militanti di estrema sinistra che lo accusavano di revisionismo.

    Allora intervennero a condannare i violenti e a solidarizzare con il giornalista il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il presidente del Senato, Franco Marini. Troppo tardi. Per evitare guai a cittadini inermi che lo andavano ad ascoltare pacificamente, Gianpaolo Pansa aveva già rinunciato agli incontri pubblici. Non deve più accadere, dicemmo allora. Invece è accaduto, molte altre volte. Non è giusto. Non è civile. Oggi accade a Silvio Berlusconi, che è costretto a rinunciare ad andare in piazza. E non solo a lui.

    Nessuno deve contestare le manifestazioni pubbliche, elettorali o meno, degli avversari, siano essi politici oppure no, presentandosi con proprie bandiere, o impedendo o ostacolando l’accesso a piazze o teatri. Nessuno deve limitare la libertà altrui, di pensiero e di parola. Nessuno può farlo, tanto nel mondo della rete, quanto nel mondo reale. In Germania chi scarica file in maniera illegale viene identificato e immediatamente arrestato. Tanto per intenderci…

    Lo dico e lo ribadisco ancora una volta. La libertà di manifestazione del pensiero è sacra, e nessuno si sogna di comprimerla, conculcarla o limitarla. Si tratta solo, e siamo dinanzi a opzioni che non sacrificano affatto i princìpi di libertà, di compiere due scelte: sul piano delle manifestazioni “materiali” (della vita reale), evitare che ci sia una sistematica e pericolosa contrapposizione fisica, dalla quale è fatale che possano scaturire incidenti e sorprese negative. Sul piano delle manifestazioni “immateriali” (in rete), far valere meglio le norme già esistenti su calunnia e diffamazione, e insieme garantire elementi minimi di contraddittorio a favore della persona oggetto del pur legittimo diritto di critica.

    Basterebbe il buon senso per capirlo. Visto che spesso non ce n’è, specie in talune parti politiche, è cosa buona e giusta che sia stabilito per Legge. Caro Partito Democratico, se c’è spirito di libertà, batti un colpo. La pacificazione nazionale passa anche da qui.

     

    RENATO BRUNETTA