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    BRUNETTA: “Un dovere rifiutare il rigore più cieco”

     

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    EDITORIALE pubblicato su “Il Giornale” – 27 Maggio 2013

     

    Quanto durerà? È il nuovo grande interrogativo che serpeggia in Europa. Se François Hollande è costretto a fare uno strappo con la tradizionale posizione francese, rivendicando più Europa nella gestione dell’economia, qualcosa dovrà pur significare. Non è solo una mossa tattica per giustificare la deroga al Patto di stabilità, ma la consapevolezza che così com’è strutturata, alla lunga, la moneta unica rischia di collassare, morire.

    L’euro può sopravvivere a se stesso solo se le economie dei Paesi membri cessano di divergere ed iniziano un cammino virtuoso, di crescita, in cui ciascuno possa ritrovarsi. Se, invece, la geografia politica dell’Eurozona continuerà ad essere a macchia di leopardo, è difficile che questa struttura possa tenere. Alla fine le forze centrifughe faranno crollare l’intera impalcatura, in un’onda di populismi e nazionalismi.

    C’è questa consapevolezza in Italia? In larga misura sì. Quel che forse ancora non si manifesta con la forza necessaria, invece, è l’azione politica che ne deve derivare. Che postula, insieme, fermezza e responsabilità. Fermezza nel difendere la sovranità nazionale. Responsabilità, cioè esigenza di contestualizzare quella stessa sovranità in un quadro più vasto, che va al cuore dell’Europa.

    L’Italia ha fatto tanto, fin troppo: tutto quello che l’Europa a trazione tedesca ha chiesto e imposto. E cui il governo Monti ha voluto rispondere con sottomissione, senza se e senza ma. Per cui una riforma delle pensioni che aveva bisogno soltanto di essere completata ha prodotto il guaio tossico degli esodati; il mercato del lavoro, cui la Banca Centrale Europea aveva suggerito la semplice decentralizzazione dei contratti, è stato reso più rigido sia in entrata sia in uscita, con il risultato di un aumento drammatico della disoccupazione (oggi all’11,5%; 38,4% quella giovanile); per non parlare dell’introduzione dell’Imu e dell’inasprimento di questa tassa rispetto alla vecchia Ici. Tutto riassumibile in una sola parola, termine tecnico: overshooting, vale a dire un sovradimensionamento delle misure di politica economica e del lavoro, tale da compromettere il raggiungimento dei risultati sperati. E l’abbiamo pagato caro in termini di recessione.

    Recessione talmente profonda in Italia e nell’area euro, che ha finito per bloccare la trasmissione della politica monetaria che il presidente della BCE, Mario Draghi, ha cercato di far convergere verso l’impostazione espansiva adottata dalle altre banche centrali mondiali. Politiche di bilancio restrittive, infatti, determinando aspettative negative, impediscono alla liquidità immessa dalla banca centrale di trasmettersi all’economia reale. La liquidità non si trasforma, dunque, né in credito a imprese e famiglie da parte del sistema bancario, che utilizza la maggiore quantità di moneta disponibile per rafforzare i propri standard di patrimonializzazione intaccati dalla crisi economica, né in investimenti (e conseguenti assunzioni) da parte delle imprese, né, infine, in consumi da parte delle famiglie, che nell’incertezza propendono più per il risparmio. Ciò significa che la riduzione dei tassi di interesse da parte della banca centrale non determina livelli di reddito più elevati, come invece previsto quando i canali di trasmissione di un’espansione monetaria all’economia reale funzionano.

    Pur con questo (grave) corollario, in Italia i conti pubblici sono a posto. Se si prescinde dalla Germania e da una parte dell’area baltica, l’Italia non è seconda a nessuno. Il nostro deficit di bilancio, in valori nominali rispetto al PIL è a 2,9%, nel pieno rispetto del parametro di Maastricht (3%), e quello strutturale, cioè corretto per il ciclo, è a -0,7%, in linea con il Fiscal compact (che prevede un valore obiettivo di -0,5%). Pochi altri possono vantare questi risultati.

    Persino l’Olanda, che fino a qualche tempo fa faceva parte del gruppo degli intransigenti, oggi è costretta a cedere e a chiedere anche per se stessa una deroga al Patto di stabilità. Unendosi così a Francia e Spagna, per non parlare di quei Paesi che sono fuori dai parametri già da tempo: Portogallo, Irlanda, Cipro, Malta, Slovenia, Grecia e Slovacchia. Insomma, 10 paesi su 17 nell’Eurozona non rispettano il limite del 3% nel rapporto deficit/PIL. L’Italia è nella minoranza dei “fortunati” sette.

    Ma tutti i nostri sforzi perdono di efficacia davanti al solito rimbrotto: “Avete un debito pubblico troppo elevato”. Vero, ma anche questo tema non va sopravvalutato. Il debito pubblico italiano è frutto di un lento accumulo, che si trascina da decenni. Negli ultimi anni esso è ancora aumentato, però a un ritmo ben inferiore rispetto a quello degli altri Paesi (+24,4% la crescita del debito pubblico italiano tra il 2006 e il 2014; +71,8% la media di Belgio, Francia, Germania, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna), che pian pianino, tra l’altro, si stanno avvicinando al nostro non invidiabile primato.

    La stessa Germania dà di sé un’immagine non del tutto veritiera: lo Stato tedesco non computa nel suo debito pubblico i costi del welfare. Se lo facesse, esso sarebbe accresciuto di circa 700 miliardi, e il rapporto rispetto al PIL passerebbe dall’85,8% ufficiale al 111,8%.

    Eppure questa montagna, in termini nominali ben superiore allo sbilancio italiano, non fa paura. E questo grazie al forte attivo della bilancia dei pagamenti tedesca. Una grandezza pari a circa il 6% del PIL (giusto il numero magico per evitare di far scattare i meccanismi automatici redistributivi previsti dal Fiscal Compact con riferimento agli squilibri tra esportazioni e importazioni), conseguenza di un euro sottovalutato rispetto alle potenzialità dell’economia in Germania.

    Quell’euro sottovalutato rispetto al vecchio marco tedesco che rappresenta il dividendo (avvelenato) di Maastricht. Per più di un decennio, infatti, la moneta unica si è retta su due cardini, ma anche su due ipocrisie: il doppio egoismo opportunistico di Stati “cicala” e di Stati “formica”. L’euro ha portato vantaggi per entrambi, con modalità diverse.

    Gli Stati “cicala”, tra cui, a titolo di esempio, l’Italia, hanno tratto beneficio dalla riduzione dei tassi di interesse, di almeno 2 punti percentuali più bassi rispetto a quelli che avrebbero avuto in ragione dei fondamentali economici nazionali e del loro effettivo merito di credito; mentre gli Stati “formica” e ad alta competitività, per esempio la Germania, non hanno tanto goduto dei vantaggi legati al tasso di interesse, ma hanno beneficiato di un tasso di cambio di fatto favorevole, che ha rilanciato il commercio con gli altri Paesi e le esportazioni, nella totale assenza di politiche redistributive.

    Il sistema regge fino a ottobre 2009, quando si scopre un buco nei conti pubblici di Atene, che fa scoppiare la bolla del dividendo egoistico di Maastricht, mette a nudo le debolezze dell’euro e dell’architettura istituzionale che lo sorregge, e la speculazione internazionale inizia a interessarsi della Grecia e, soprattutto, della reattività dell’area euro alle crisi delle finanze pubbliche di singoli Stati nazionali. Reattività insufficiente che si caratterizza come il vero punto debole dell’intero sistema della moneta unica.

    Da quell’ottobre fatidico l’Unione Europea inizia a rispondere troppo poco e troppo tardi alle ondate speculative. Gli squilibri macroeconomici vengono a galla e per gli Stati “cicala” emerge la non corrispondenza dei tassi di interesse ai propri fondamentali, in termini di consistenza e sostenibilità del debito, competitività, crescita e solidità del sistema bancario. Com’è andata poi lo sappiamo.

    Tornando alla Germania, la conseguenza del suo arricchimento, grazie al cambio euro/marco di fatto sottovalutato, che ha spinto le esportazioni a scapito di tutti gli altri Paesi europei, e grazie a tassi di interesse dimezzati rispetto al periodo pre-crisi sui titoli di Stato, hanno portato a un grande accumulo di risorse finanziarie, che sono stati utilizzati per esportare capitale e fare shopping nelle diverse aree del mercato internazionale, a partire dai Paesi limitrofi, con il decentramento di industrie e attività produttive.

    Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente calcolato che la Germania occupa il 14,8% del totale dei flussi finanziari mondiali. Al primo posto. Più della Cina (11%) e dell’Arabia Saudita (10%), nonostante quest’ultimo sia il principale Paese esportatore di petrolio.

    Sono i vantaggi dell’egemonia, si potrebbe rispondere. A sua volta figlia dei duri sacrifici fatti in passato. Osservazioni che, tuttavia, mantengono solo un pizzico di verità. Agli inizi del 2000, l’allora cancelliere tedesco, Gerhard Schröder, compresse la domanda interna per aumentare la produttività. Fu una scelta lungimirante. Resa tuttavia possibile nel contesto di una fase espansiva dell’economia internazionale, soprattutto sostenuta dalla locomotiva americana. E dai debiti contratti.

    Proprio quel rimprovero che oggi il Fondo Monetario Internazionale rivolge, nemmeno tanto velatamente, ad Angela Merkel e alla sua ossessione per l’austerity. Vale a dire la dimostrazione scientifica che la compressione della domanda interna in periodi di decrescita economica ha effetti recessivi pari a 3 volte quelli che si verificano in periodi di aumento del PIL. Così come sono stati impietosamente svelati gli errori contenuti nello studio di Kenneth Rogoff  e Carmen Reinhard, 2 economisti di Harvard, sulla relazione negativa tra debito e crescita, su cui si è basata la politica economica europea (sbagliata) negli anni della crisi.

    Non dimentichiamo, tuttavia, che fu proprio la “virtuosa” Germania a sforare, nel 2003, in buona compagnia della Francia, i parametri di Maastricht, arrivando a definire “stupido” il Trattato.

    Anche sul concetto di egemonia si deve discutere. Essa è diversa dalla semplice volontà di potenza. Lo ricorda in un vecchio saggio Charles Kindleberger.

    Storico americano, le sue analisi sulla crisi del 1929 hanno fatto testo. Quel grande sconquasso dell’economia mondiale, secondo questa versione, fu conseguenza dell’errata visione americana. Le classi dirigenti degli USA, dal Dipartimento di Stato alla Federal Reserve, non compresero in tempo il sommovimento intervenuto negli equilibri internazionali.

    Gli Stati Uniti, anche in conseguenza della prima guerra mondiale, erano divenuti il Paese egemone dell’Occidente. Dovevano pertanto assumersi l’onere e l’onore che quella nuova posizione comportava. Non furono in grado di esercitarla. Si chiusero all’interno dei propri confini facendo deflagrare la crisi a livello internazionale. Un monito che non va dimenticato, se vogliamo, come vogliamo, che l’euro continui ad esistere.

    In 4 lezioni magistrali, tenute tra il 20 e il 29 marzo 2012 all’Università George Washington, nel Missouri, il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha ricostruito con dovizia di particolari gli errori della banca centrale americana nella gestione della crisi del 1929 e sul riconoscimento di quegli errori ha spiegato di essersi basato nella definizione della strategia che la Fed ha adottato nella crisi del 2008. La Banca Centrale Europea dovrebbe farne tesoro…

    Eppure, quando Mario Draghi, pur con mille difficoltà, cerca di far convergere la politica monetaria della BCE verso un’impostazione espansiva, al pari delle altre banche centrali mondiali, nonché più rispondente alle contraddizioni interne del Continente europeo, la Bundesbank, seppure in modo irrituale, ne critica i comportamenti. Ci aspetteremmo che altre istituzioni nazionali, per esempio la Banca d’Italia, intervenissero in sua difesa. Non per interferire con la politica, ma solo per spiegare che il presidente della BCE, sul piano tecnico, ha ragione da vendere.

    Fino ad oggi ciò non è accaduto. E la Bundesbank continua a gettare benzina sul fuoco. Ancora lo scorso venerdì, il suo presidente, Jens Weidmann, ha ribadito che gli Stati devono poter fallire, e che la possibilità di default è un elemento chiave per la disciplina dei mercati.

    Un’affermazione molto più “velata” di questa, pronunciata a Deauville nel lontano 18 ottobre 2010 da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ha scatenato l’inferno. Perché affermare che gli Stati possono fallire, e coinvolgere i creditori privati nel fallimento dei paesi sovrani, vuol dire creare una saldatura di fatto tra crisi del debito pubblico e crisi finanziaria. Da quell’ottobre 2010, infatti, le banche europee, nel calcolare il valore dei titoli di Stato in portafoglio, per fare il loro mestiere hanno dovuto scontare il rischio di fallimento dei Paesi emittenti. Quindi svalutare. Quindi ricapitalizzare. Nel frattempo precipitare in borsa e vedere rarefarsi la liquidità, con il relativo credit crunch. Amen!

    Non è un particolare da poco: questa infausta regola si ritrova pari pari tra i parametri, annunciati l’8 aprile 2011, che le banche europee devono rispettare per superare gli stress test cui sono sottoposte dall’Autorità Bancaria Europea (EBA). Requisito che, aggiunto agli obblighi di capitalizzazione previsti da Basilea 3 (del 12 settembre 2010), porta il settore bancario allo stremo.

    Attenzione: con effetti diversi a seconda degli Stati. Positivi per le banche tedesche e francesi, che avevano i portafogli zeppi di titoli greci e hanno potuto approfittare dei meccanismi imposti dall’Europa per compensare le perdite; negativi per le banche italiane, che di titoli greci in portafoglio ne avevano davvero pochi. Che strano, poi, che il criterio del valore di mercato valga solo per i titoli del debito pubblico e non anche per gli altri, per esempio per i titoli tossici. Sarà forse perché anche di questi ultimi sono piene le banche tedesche e francesi e una previsione in tal senso le avrebbe danneggiate?

    Prese di posizione come queste (l’ultima del presidente della Bundesbank, ma anche quella di Deauville del 2010) ci portano a dire che l’Economist ha ragione, quando dice, come ha fatto nella sua ultima, significativa, copertina, che i leader dei paesi europei sono dei “sonnambuli che camminano in un deserto economico, con il rischio di cadere in un precipizio”. L’economia della zona euro è entrata nel suo sesto trimestre di contrazione, la disoccupazione è a livelli record (12,1%) e il malessere, lo scontento e il disagio sociale dilaga. Nonostante tutto, i leader europei si dimostrano tranquilli. Mentre la lista di cose da fare per scongiurare in maniera definitiva il rischio di break up (rottura) dell’euro è ancora lunga.

    Al contrario di quanto afferma il presidente della Bundesbank, occorre al più presto tagliare i legami tra banche e governi, che sono troppo deboli per sostenerle. L’obiettivo dell’unione bancaria, di cui si parla da più di un anno, era proprio questo. Sì, ma dov’è finita? Se non si modificano i Trattati, che vuol dire almeno 3 anni di attesa, non se ne fa nulla. E il Meccanismo Europeo di Stabilità? C’è, ma non si vede. Perché formalmente è operativo, ma di fatto è bloccato dalla Germania, che per consentire a questo strumento di ricapitalizzare direttamente le banche dei Paesi che ne hanno bisogno pretende che sia effettivo un sistema di vigilanza unico sul settore bancario, che non potrà esistere se non come conseguenza della relativa unione.

    E di Eurobond, Project bond, Stability bond, chi ne ha sentito più parlare? E dell’unione politica, con il relativo rafforzamento del quadro istituzionale attuale e l’elezione diretta del presidente della Commissione europea? E dell’unione fiscale, che preveda controlli uniformi delle politiche di bilancio dei singoli Stati e l’armonizzazione delle politiche economiche?

    Lo stesso vale per l’occupazione giovanile. Pare che la soluzione di tutti i problemi debba venire da quei 6 miliardi (di cui all’Italia non più di 400 milioni) stanziati dalla Commissione europea per il progetto “Youth Guarantee” e destinati ad agevolare l’impiego o, almeno, l’inserimento in un programma di formazione, di giovani con meno di 25 anni entro 4 mesi dalla laurea.

    A condizione, si spera, che i centri che incrociano la domanda e l’offerta di lavoro, sia pubblici che privati o privato-sociali, siano remunerati solo quando danno ad un giovane un tirocinio o un contratto di lavoro: vale a dire un risultato e non solo un burocratico colloquio. E che la loro efficacia venga sostenuta dal collegamento con l’Inps, in quanto tecnostruttura nazionale per tutte le informazioni su ciascuna persona, e dalla responsabilizzazione delle regioni in materia.

    Non servono palliativi, o soluzioni di emergenza: occorre una strategia complessiva, molto più ampia di quella che meeting dopo meeting si va a definire, senza coerenza, senza organicità e, soprattutto, senza la successiva, necessaria, implementazione.

    A proposito di iniziative lanciate e non concretizzate, sorge un’altra domanda: dov’è finito quel “Patto per la crescita e l’occupazione” tanto acclamato al Consiglio europeo del 28-29 giugno 2012? Fra il dire e il fare, in Europa, c’è uno stallo enorme, e una crisi economica, finanziaria, istituzionale e sociale senza precedenti. Altro che rischio di break up superato. Il rischio oggi è ancora più grave del passato, perché la diffidenza dei popoli non è solo nei confronti della moneta unica, ma della costruzione europea in generale.

    Su questo il Parlamento italiano si è espresso chiaramente e nel pieno accordo tra le forze politiche proprio questa settimana, con la risoluzione approvata alla Camera sulle comunicazioni del premier, Enrico Letta, con riferimento al Consiglio europeo del 22 maggio. Il documento rappresenta la richiesta all’Europa di un cambio di passo. Si tratta di uscire dal rigore cieco, da una pervicace chiusura a qualsiasi formula che non sia austerità e poi ancora austerità, per aprire il respiro allo sviluppo.

    Mentre negli altri Paesi Europei le maggiori forze sono divise sulla strategia macroeconomica europea e nazionale, con una minore o maggiore forbice di lontananza, ma comunque mai concordi, in Italia invece c’è un perfetto idem sentire.

    L’episodio è significativo. E verrà ripetuto in vista del prossimo Consiglio europeo del 27-28 giugno 2013. Occorre superare la timidezza che caratterizza tutti i comportamenti delle forze politiche e sociali italiane. Non è vero che ogni indicazione che proviene dall’Europa sia cosa buona e giusta. Bisogna, invece, avere la forza di verificarne criticamente i contenuti. E di opporsi: quando è necessario.

    Da questo punto di vista, l’atteggiamento francese o quello inglese degli anni passati può essere significativo. Non si dimentichi che l’Italia è il terzo contribuente alle finanze comunitarie. Daremo, pertanto, mandato al nostro presidente del Consiglio di rivendicare i diritti di un’azionista, seppure di minoranza, e pretendere, senza timidezza, che la nostra voce sia ascoltata ed abbia il rispetto che merita.

    Sappiamo quanto questo sia difficile. Ma non dobbiamo dimenticare che la politica estera, da che mondo è mondo, si calibra più sulla forza che non sulla “ragion pura”. Lo sforzo da fare è, quindi, quello di manifestare il proprio pensiero con grande fermezza, senza rinunciare ai nostri interessi e alla nostra sovranità. Salvo alcune eccezioni, negli ultimi anni siamo stati talmente obbedienti da essere diventati subalterni. È giunto il momento di cambiare! Dopo un pubblico esame di coscienza (lo faremo in un prossimo articolo) in cui sarà facile fare il conto del “dare” e dell’”avere”. E dimostrare a tutti il credito netto che l’Italia oggi può vantare. La condizione indispensabile da cui partire per ritrovare una voce che altri possano finalmente ascoltare.

    Caro presidente Letta, è certamente necessario fare delle scelte, date le risorse scarse. Ma l’unica scelta che tiene insieme tutte le altre è quella dello sviluppo. E lo sviluppo si fa in Europa, si fa con la reflazione da parte della Germania, si fa con il cambiamento della politica economica. Fuori da questo si finisce solo, a livello dei singoli Paesi, con il cannibalismo economico, con il cannibalismo politico, con il cannibalismo sociale. E nuovamente il caos.

     

     

    Renato Brunetta