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    Dichiarazione di voto dell’ On. Bergamini in merito alla ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica

     

    D. BERGAMINI

     

     

    On. Deborah Bergamini

     

    Signor Presidente,

    questa ratifica giunge – lo dicevamo anche ieri in sede di discussione sulle linee generali – come uno dei primi atti di questa legislatura nel momento più adatto e, paradossalmente, proprio perché nel momento più adatto, irrimediabilmente troppo tardi, in una fase nella quale stiamo registrando, nel nostro Paese, un incremento drammatico della forma più efferata, ignobile, traditrice di violenza contro le donne, quella che chiamiamo e anche nel testo della Convenzione si chiama violenza «domestica», un aggettivo quasi gentile, neutro, ma che in realtà indica la violenza da parte degli uomini (compagni, mariti, padri, figli) che dovrebbero amare le donne che hanno accanto.
    E questa ratifica giunge nel momento più adatto proprio perché, come ricordava prima il Viceministro Marta Dassù, purtroppo avviene in concomitanza con i funerali di Fabiana Luzzi e, ovviamente, non può non andare a lei un pensiero di pena e pure di rabbia e non soltanto a lei, ma anche a tutte le donne, più giovani e meno giovani, che prima di lei sono state molestate, minacciate, violentate, stuprate, ammazzate, a tradimento, per una qualche forma di possesso malato, che Pag. 40non è questa l’occasione per psicanalizzare, da parte dei loro compagni o dei loro uomini. Questa ratifica, però, ha anche un grandissimo valore politico perché la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa è uno strumento, il primo, come è stato già detto, organico e vincolante contro la violenza alle donne, che intende creare un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza grazie a misure di prevenzione, di tutela in sede giudiziaria e di sostegno e assistenza alle vittime.
    Violenza che viene definita dalla Convenzione come violazione dei diritti umani fondamentali il che vuol dire che gli Stati saranno ritenuti responsabili se non daranno delle risposte adeguate per prevenire questa forma di violenza. Lo strumento, come è stato detto, non è ancora in vigore; ci vorranno, oltre alla ratifica del nostro Paese, altri cinque Stati in quanto dovremmo arrivare a dieci, ma è importante che lo ratifichi l’Italia. È un segnale importante per tutti gli altri Paesi membri del Consiglio d’Europa e non solo. Si tratta del trattato internazionale di più ampia portata per affrontare questa piaga, il livello più avanzato degli standard internazionali di prevenzione e di contrasto al complesso fenomeno della violenza alle donne, per l’assistenza alle vittime, per la criminalizzazione dei responsabili.

    Oggi noi discutiamo qui, nel Parlamento italiano, questa ratifica, nel cuore di un’Europa che nominiamo spesso, di un Occidente che nominiamo spesso e che si trova a dover constatare, tuttavia, una realtà alquanto amara. La progressione del processo verso un’eguaglianza di genere, che è uno dei cardini del nostro sentirci europei, uno dei cardini della nostra costruzione di un’Europa libera e solidale, una progressione che sembrava già un punto acquisito nel lontano 1995 ai tempi della Conferenza di Pechino, in realtà, rischia, oggi, di trovarsi ad un punto morto e non solo qui da noi.
    Questa progressione rimane per molti un’aspirazione, nel migliore dei casi, può essere un impegno; di certo, è tutto fuorché una realtà acquisita. Anzi, prendendo atto del fallimento del modello della globalizzazione, vediamo all’orizzonte l’arrivo di ineguaglianze nuove che riguardano tutti i Paesi: quelli più avanzati, in termini di democrazia e di economia, con una crisi sistemica di risorse materiali e spirituali che rischia di pesare soprattutto sulle spalle delle donne, e quegli altri Paesi, molti dei quali fanno parte del nostro vicinato, che si trovano nel pieno di una difficilissima transizione verso la democrazia, una transizione che presenta mille incognite, non ultima quella di dover affrontare, in tempi brevi, il tema sostanziale dell’emancipazione delle donne e della loro vera partecipazione alla vita politica, culturale e sociale. Con il risultato che, ancora oggi – anno 2013 –, in grandi aree del mondo, il destino per le donne è già segnato.
    È, quindi, necessario, oggi più che mai, al di là di questa importantissima ratifica, moltiplicare gli sforzi per combattere la discriminazione e la violenza contro le donne e per affermare la loro parità di accesso ad ogni segmento della vita di un Paese, perché questi sforzi, a cascata, si irradino verso le assemblee parlamentari di tutti gli altri Paesi membri del Consiglio d’Europa e non solo, e verso tutti quei decisori che possono e devono fare in modo che questo torni ad essere, e rimanga, un punto primario dell’agenda politica di ciascun Governo, senza condizioni, vigilando; perché dietro all’urgenza delle tante questioni che oggi scuotono la nostra Europa non Pag. 42si celi il pericolo che il processo di uguaglianza, nonostante le tante parole spese, rimanga, appunto, una semplice aspirazione. E questo sì sarebbe uno spread inaccettabile.
    Bisogna lottare, lottare insieme: anche se un cammino verso il riconoscimento dei fondamentali diritti civili, sociali e culturali a favore delle donne è stato imboccato, la violenza fisica e sessuale, ancora oggi, è una delle forme di violazione dei diritti umani più grave e più diffusa nel mondo, è già stato ricordato. Combattere con forza ogni atteggiamento o comportamento che tenda a tollerarla in qualsiasi modo, a giustificarla, a spiegarla o ad ignorarla è, pertanto, assoluta priorità di ogni livello di Governo ed è certamente una priorità per Popolo della Libertà. In questo quadro, accogliamo, dunque, con favore il pieno sostegno dato dal Governo a questo processo di ratifica e l’intenzione annunciata dal Ministro Idem di elaborare un disegno di legge governativo contro la violenza alle donne.
    La Convenzione di Istanbul parte da lontano ed è uno dei punti di arrivo di un percorso lungo che, iniziato negli anni Novanta, ha fatto emergere la consapevolezza che la violenza contro le donne non è e non può essere trattata come un fatto privato, ma è una discriminazione e, come tale, colpisce tutta la società, non soltanto la sua vittima. Ma la Convenzione è anche il coronamento di una campagna di sensibilizzazione che il Consiglio d’Europa ha voluto e ha condotto negli ultimi anni, e di cui la Camera dei deputati italiana – e lo dico con orgoglio – è stata capofila nella scorsa legislatura, per favorire un profondo cambiamento di attitudine e di cultura – o di incultura, forse è meglio dire –, che, come tutti i cambiamenti profondi, richiede tempo e risorse. E dobbiamo metterceli: tempo e risorse.
    Il testo vuole cambiare la testa delle persone, esortando tutti i membri della società e, in particolare gli uomini e i ragazzi, a cambiare atteggiamento; a cominciare dal fatto che non è più accettabile che a parlare di diritti delle donne – lo ricordava prima la collega Meloni – siano solo e sempre, invariabilmente, le donne.
    In sostanza, è un rinnovato invito a promuovere una maggiore uguaglianza fra donne e uomini, perché la violenza sulle donne ha profonde radici nella disparità fra i sessi all’interno della società, ed è perpetuata nel silenzio da una cultura che tollera e giustifica la violenza di genere e addirittura si rifiuta di riconoscerla come problema. La Convenzione vuole conseguire l’obiettivo di «tolleranza zero» verso questo tipo di violenza e costituisce un passo in avanti significativo per una migliore sensibilizzazione a questo problema, per rendere più sicura la vita delle donne all’interno e all’esterno dei confini europei, con la consapevolezza che senza sicurezza qualunque diritto, anche ben scritto, rimarrà soltanto carta straccia.
    Voglio ricordare che l’Italia sarà il quinto Paese a ratificare la Convenzione fra 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa: un traguardo raggiunto al termine di un impegno che nella precedente legislatura ha visto lavorare tutta insieme, al di là dei pregiudizi di appartenenza e di schieramenti, le forze politiche, determinate ad ottenere questo risultato, secondo uno spirito che dovrebbe albergare più spesso in questo Parlamento.
    Ne approfitto per ringraziare le colleghe della delegazione al Consiglio d’Europa e tutte le colleghe parlamentari che negli anni scorsi hanno dato forte impulso, con grande impegno, a questa azione politica. Al contempo, la Convenzione è anche un punto di partenza, non solo di arrivo; un punto di partenza di un altro percorso, che strutturi ancora meglio in Italia, in Europa e nel mondo una cornice di azione che promuova efficacemente la lotta alla violenza alle donne, sottoponendo il Paese – questo è molto importante da sottolineare – a rigorosi controlli da parte una commissione indipendente. Il testo individua una serie di nuove tipologie di reato che gli Stati dovranno introdurre nei propri ordinamenti: la violenza sessuale, il matrimonio forzato, le pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili, l’aborto e la sterilizzazione forzata, il favoreggiamento, la complicità, le circostanze aggravanti del reato.

    Molte di queste condotte appaiono già in gran parte sanzionate – e mi avvio a concludere – dal codice penale italiano. Molto è stato fatto nel corso della passata legislatura su questo.

    Di fronte ai dati allarmanti che riguardano la violenza contro le donne nel nostro Paese, che feriscono il nostro Paese, ogni iniziativa volta ad aumentare la sicurezza e rafforzare le donne nel loro cammino di libertà deve essere intrapreso senza indugio. Questo cammino è un cammino che non è a senso unico: i risultati sono estremamente deperibili, fragili, non hanno pace, e non dobbiamo aver pace neanche noi fino a quando non li avremo messi al sicuro. Per questo annuncio convintamente il parere favorevole del Popolo della Libertà alla ratifica di questa Convenzione.