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    GELMINI SU ‘LIBERO’: REDDITO, “MISURA MOLTO PARZIALE IN LINEA CON ASSISTENZIALISMO NOSTRANO”

     
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    “L’euforia da balcone ha portato il ministro Di Maio a definire l’introduzione del reddito di cittadinanza come l’avvento di un ‘nuovo stato sociale’. Niente di più sbagliato e di più velleitario. Basta infatti esaminare qualche dato delle analisi del professor Alberto Brambilla, che rappresentano una importante occasione di riflessione sul nostro welfare (ieri alla Camera è stato presentato il suo sesto rapporto), per comprendere che stiamo parlando di una misura molto parziale che si inserisce nella tradizione dell’assistenzialismo nostrano.  Un sistema inefficiente, iniquo ed in parte permeabile a fenomeni di illegalità: non andrà diversamente con il reddito di cittadinanza. Basti pensare che verifiche a campione sui dati Isee per l’accesso a benefici fiscali o tariffari, hanno già dimostrato in passato che sei dichiarazioni su dieci sono incomplete, inesatte, quando non completamente ‘truccate’. Non si vuole qui generalizzare o sostenere che tutta la spesa assistenziale dello stato sia mal indirizzata, ma è indubitabile che il sistema sia largamente inefficiente ed inefficace”. Lo scrive Mariastella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia in un intervento pubblicato oggi su ‘Libero’.
    Se guardassimo i numeri con oggettività scopriremmo che la tesi molto diffusa di uno stato che spende poco per la protezione sociale dei suoi cittadini è una vera e propria leggenda metropolitana. Già oggi infatti – senza reddito di cittadinanza – l’Italia impegna per le prestazioni sociali (pensioni, assistenza, sanità) oltre 450 miliardi di euro: una fetta rilevantissima (ben oltre il 50%) del totale della spesa pubblica annuale e una percentuale del prodotto interno lordo fra le più elevate d’Europa. Larga parte di questi denari è destinata a prestazioni di natura ‘assistenziale’ cioè quel tipo di spesa non sostenuta ‘a monte’ da versamenti di contributi dei cittadini (come le pensioni) bensì dalla fiscalità generale.  Ed è qui che casca l’asino: perché per completare il quadro alle inefficienze che abbiamo raccontato dovremmo aprire il capitolo del ‘chi paga’. Per finanziare il sistema di welfare occorre infatti sommare i contributi versati dai lavoratori, l`intero ammontare delle imposte dirette (Irpef, Ires, Irap ecc…), e aggiungere anche una fetta delle imposte indirette. Il problema è che il carico fiscale non è proprio così equamente distribuito: su sessanta milioni di italiani, soltanto la metà presenta la dichiarazione dei redditi e paga almeno 1 euro di tasse. Ciò significa che oltre il cinquanta per cento degli italiani vive ‘sulle spalle’ di qualcun altro. In pratica quello che accadeva a Di Maio e a molti suoi colleghi prima di entrare in Parlamento”.“Se andiamo a vedere più nel dettaglio scopriamo particolari urticanti, specie per quella parte del Paese – ed il nord da questo punto di vista è certamente in prima linea – che ogni giorno si impegna, lavora, produce e lo fa fino a giugno per finanziare la macchina pubblica: il 12% dei contribuenti infatti paga il 57% dell`intero ammontare dell`Irpef. Il reddito di cittadinanza dunque andrà ad inserirsi in questo contesto senza che sia stato messo minimamente ordine nel mare magnum della spesa assistenziale”. “La paghetta di Stato, esattamente come l`inefficiente welfare italiano, non cancellerà la povertà: un obiettivo nobile che andrebbe perseguito prima di tutto mettendo ordine nelle misure esistenti. Per quel che ci riguarda lo contrasteremo in parlamento – ora che il “decretone” si appresta ad arrivare in aula per la conversione in legge – e siamo pronti a farlo anche fuori dalle aule parlamentari, raccogliendo le firme per il referendum abrogativo” conclude.