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    Intervento dell’ On. Fucci in merito alla “Discussione delle mozioni relative al diritto all’obiezione di coscienza in ambito medico-sanitario”

     

    Fucci

     

     

    On. Benedetto Francesco Fucci

    Signor Presidente, onorevoli colleghi,

    ci troviamo oggi a discutere su un tema di grande importanza sul piano sociale ed etico. Lo facciamo a seguito dell’iniziativa del gruppo parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà (SEL), che ha presentato una mozione che vuole affrontare il tema dell’interruzione volontaria di gravidanza e dell’obiezione di coscienza da parte dei medici, in un’ottica che appare, a mio parere, in netto contrasto con i riferimenti normativi in materia, ossia la legge n. 194 del 1978 e la risoluzione n. 1763 del 2010 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, riguardante il diritto all’obiezione di coscienza nell’ambito delle cure mediche legali.
    In seconda battuta osserviamo come la linea espressa dalla mozione di SEL sia suscettibile di causare ai medici obiettori in quanto tali, discriminazioni sul piano della progressione di carriera, il che rappresenta anch’esso non solo un fatto sbagliato in sé, ma anche un’ulteriore errata interpretazione della stessa legge n. 194 del 1978.
    Proprio per queste considerazioni il gruppo del Popolo della Libertà ha presentato una sua mozione con lo scopo di: garantire sempre il diritto all’obiezione di coscienza costituzionalmente fondato, così come previsto dalla normativa vigente; assumere ogni iniziativa volta ad eliminare qualsiasi discriminazione tra i lavoratori obiettori e non obiettori di coscienza; assumere ogni iniziativa per la piena applicazione della legge n. 194 del 1978 in tutte le sue parti, compresa quella preventiva a tutela della maternità; informare le donne straniere sulle opportunità e le modalità di accesso ai servizi di salute della donna, compresa quindi l’interruzione volontaria di gravidanza, per evitare il ricorso a strutture clandestine; e infine, proseguire nel monitoraggio regionale dedicato alle modalità di aborto con la RU486.
    Il senso e le finalità della mozione da noi presentata sono bene illustrati nel testo; mi preme comunque richiamare – non dovrebbe essercene bisogno in linea di principio, ma il dibattito aperto oggi dai colleghi di SEL mi sembra lo imponga – quello che a mio parere è il cuore delle premesse del nostro documento, e cioè che l’obiezione di coscienza è costituzionalmente fondata, con riferimento ai diritti inviolabili dell’uomo. Ciò è stato riconosciuto dal Comitato nazionale di bioetica, organo consultivo della Presidenza del Consiglio dei ministri, nel parere del 12 luglio 2012 sul tema «obiezione di coscienza e bioetica». Inoltre, l’obiezione di coscienza ed il riconoscimento per il medico ed il personale sanitario di potervi ricorrere sono pilastri, come già anticipato in precedenza, sia della legge n. 194 del 1978, che della risoluzione del Consiglio d’Europa già citata.
    Quanto alla legge n. 194 del 1978, il riferimento è all’articolo 9, il quale afferma in modo espresso che: «Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure (…) ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione.» Inoltre, «l’obiezione può sempre essere revocata» e, prosegue il testo dell’articolo 9, «esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento». E in ogni caso «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate» devono «assicurare l’espletamento delle procedure (…) e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza». Inoltre, «l’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro (…) intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.» In ogni caso, «l’obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto immediato, se chi l’ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l’interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge» al di fuori dei casi di urgenza.
    Quanto, onorevoli colleghi, alla risoluzione n. 1763 del 2010 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa riguardante il diritto, come dicevamo poc’anzi, all’obiezione di coscienza nell’ambito delle cure mediche legali, essa afferma: «Nessuna persona, ospedale o istituzione può essere discriminata per il suo rifiuto ad effettuare o assistere a operazioni di interruzione di gravidanza».
    Presidente, onorevoli colleghi, faccio questi precisi riferimenti normativi proprio per evitare polemiche strumentali. Noi consideriamo sbagliato e potenzialmente pericoloso affrontare questi temi così importanti sul piano esclusivamente ideologico. Per questo, la nostra mozione affronta il tema dell’obiezione di coscienza sul piano del ragionamento e della riflessione, sempre tenendo conto, come punti di riferimento, i dettati delle norme in vigore. Il nostro, quindi, è un approccio concreto che guarda ai fatti. In particolare, la nostra mozione di questi fatti ne evidenzia tre.
    Il primo fatto, chiaramente esposto nelle premesse della nostra mozione, è che i dati contenuti nella relazione annuale al Parlamento sull’attuazione della legge n. 194, evidenziano una continua e costante diminuzione del ricorso delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza. Il secondo dato di fatto evidenziato dalla nostra mozione è che, alla costante e continua diminuzione del numero di interruzioni volontarie di gravidanza, corrisponde un aumento molto meno significativo del numero di obiettori di coscienza, sostanzialmente stabili negli ultimi anni. Infine, il terzo dato, di fatto, riguarda l’assenza….

    Infine, il terzo dato, come dicevo, di fatto, riguarda l’assenza di una correlazione fra numero di obiettori di coscienza e tempi di attesa delle donne che chiedono l’interruzione volontaria di gravidanza. Appare chiaro, invece, che le modalità di accesso all’interruzione volontaria della gravidanza dipendono dal livello e dalle scelte di organizzazione del Servizio sanitario nelle singole regioni. Questi sono i fatti sui quali concretamente ragionare. Come un fatto è che l’Italia è un Paese che, esattamente da 35 anni, è dotato di una legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza. Tale legge prevede, in accordo con le norme internazionali e anche recenti, l’obiezione di coscienza; allo stesso tempo, però, afferma che il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza deve essere garantito.

    A fronte di questo quadro normativo molto chiaro, la realtà dei fatti ci dice che l’interruzione volontaria di gravidanza è in diminuzione, e che la presenza dei medici obiettori di coscienza, concretamente, non ha mai in alcun modo danneggiato la pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza. Pensiamo che, negli anni dal 2006 al 2009, un triennio in cui gli obiettori sono aumentati dal 69,2 al 70,7 per cento, la percentuale di donne che ha aspettato meno di una settimana – e questo è dichiarato – oltre la settimana, naturalmente come previsto dalla legge, di riflessione prima dell’intervento, era aumentata dal 56,7 al 59,3 per cento. Questo significa chiaramente che l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è migliorato.
    Chi parla, signor Presidente, onorevoli colleghi, è sul piano professionale, un ginecologo obiettore ed è personalmente contrario all’aborto e sul piano politico è schierato in favore delle battaglie per la tutela della vita sin dal suo concepimento. Ma ciò non mi impedisce, tuttavia, nel momento in cui porto avanti il mio lavoro di medico in accordo con la mia coscienza e con il giuramento di Ippocrate e nel momento in cui, come parlamentare, conduco il mio impegno politico sui temi etici, non impedisce di affermare che oggi vi sono leggi italiane ed internazionali che vanno rispettate nella loro finalità, che è quella, appunto, di contemperare il diritto ormai pacificamente acquisito delle donne che lo ritengono all’interruzione volontaria di gravidanza e, comunque, anche il diritto del medico e del personale sanitario di non prendere parte a pratiche mediche contrarie alla propria coscienza. In conclusione, signor Presidente, onorevoli colleghi, auspico che questo dibattito possa aiutarci a riflettere anche su temi di importanza capitale per il futuro del nostro Paese, a partire dalla denatalità che colpisce l’Italia in modo straordinario e dalla necessità di rendere sempre più efficiente il percorso nascita, anzitutto sul piano dei progressi della medicina e della preparazione dei medici e sanitari, ma anche della sicurezza delle strutture, come, peraltro, invocato dalla stessa Camera nella seduta del 12 febbraio 2012, quando si approvò la risoluzione relativa all’indagine parlamentare sui punti nascita.  Concludo e, per tutte le ragioni appena esposte, rinnovo, pertanto, l’appello più sentito perché l’occasione offerta da questo dibattito non venga sprecata, cedendo alla tentazione di un confronto tutto ideologico ed, in definitiva, giocato in qualche modo sulla pelle delle donne che scelgono la strada dell’interruzione di gravidanza, quasi sempre al termine di un percorso umano sofferto e doloroso con alla base le motivazioni personali più diverse e verso le quali dobbiamo avere, in ogni caso, rispetto. Utilizziamo, anzi, questa occasione per un dibattito concreto e reale su un tema di straordinaria rilevanza scientifica, etica ed umana.